IL RESTAURO DEL CASTELLO DI CARPINETI: La filosofia dell'intervento

Maria Cristina Costa

La preziosa sequenza delle "carte del restauro", che si sono susseguite negli anni, non ha dissolta l'incertezza che sempre accompagna un intervento su un monumento tanto significativo - ancorché ridotto a maestoso rudere - né trova tutti gli studiosi concordi sulle metodologie di approccio. Se è vero, infatti, che si è concordi sul tema della conservazione, ciò non toglie che si aprano, al momento dell'intervento, problemi non semplici sulle modalità della stessa.

Porrò l'accento, in questo breve paragrafo, sull'importanza e la stretta interdipendenza esistente tra conservazione e conoscenza.

Se infatti la conservazione è il fine primario di un qualsiasi intervento sul monumento, non è possibile procedere a una autentica e più complessa operazione di "restauro" e nemmeno di corretta manutenzione e conservazione (attraverso il recupero statico di strutture o tracce di strutture che - come nel nostro caso - compongono un rudere), laddove ne sfugga la stratificazione storica e l'organizzazione "tipologica" compiuta e ormai smarrita.

L'intervento sul manufatto deve in questo caso divenire, nella maggior misura possibile, l'occasione per colmare il vuoto di conoscenza, svelando il significato autentico di ciò che rimane.

Di che infatti si attuerebbe la conservazione senza una lettura che ci restituisca il significato delle diverse parti superstiti?

Se è sicuramente intervento di conservazione il consolidamento delle murature, è altresì conservazione, nel senso più pregnante, il recupero delle tessiture e delle positure delle murature stesse in modo da non cancellare, con l'intervento di restauro, il senso di ciò che esse nelle varie epoche furono e il senso del loro divenire.

Quando il Settia nel suo “Castelli e villaggi nell’Italia padana” sostiene che "non vi e nulla di più mobile dell'immobile Castello", sottende tutto un farsi, un trasformarsi nel tempo, un configurarsi di accrescimenti successivi del manufatto che è ben necessario comprendere prima di intervenire.

Non si dimentichi invece che, a onta di tali considerazioni, anche il restauro statico viene ancora oggi affrontato, con una frequenza sconcertante rispetto alle reali necessità, mediante interventi traumatizzanti per la struttura originaria realizzata con tecniche costruttive tradizionali, alla quale rimane tutt'al più un ruolo di "rivestimento" rispetto alla nuova e reale struttura in ferro nascosta all'interno del monumento.

Poiché invece l'operazione stessa del restauro, reso necessario in mancanza di una costante manutenzione, costituisce, per quanto condotta con la massima oculatezza, un'operazione traumatica per il manufatto che ne abbisogna, è indispensabile ancorarla a presupposti scientifici che costituiscono la storia del monumento, presupposti che implicano la conoscenza e le caratteristiche del materiale con cui esso fu costruito.

Non si può al proposito che riconoscere la validità delle suggestioni ruskiniane sull'importanza di quella qualità che è la vetustà nel manufatto e quindi sull'importanza dell'uso dei materiali la cui durata nel tempo conferisce loro quello che egli chiama "il pittoresco" - elemento che in ogni caso, nella sua accezione moderna, per la sua positura morfologica e sicuramente presente nel Castello di Carpineti; ne deriva che l'istanza stessa di conservazione è quindi di intervento sul monumento - pena la perdita della testimonianza storica - non può limitarsi al mero consolidamento ma apre un successivo ventaglio di interrogativi.

Tali interrogativi possono trovare una loro risposta, sempre parziale ma comunque meno gratuita, se collocati all'interno di un processo di profonda conoscenza che pervenga all'identificazione di una serie di "elementi fissi" scientificamente provati, sui quali poggiare tutta la filosofia della proposta progettuale sulla quale poi la sensibilità del progettista avrà il suo ruolo.

Certo tale conoscenza è cosa ardua e carica di incognite: riempire un vuoto multisecolare quando - come nella fattispecie si interviene su una struttura dell'XI secolo la cui storia, pur richiamata in numerosi testi, è sempre avvolta nella indeterminatezza propria del Medioevo, non è cosa semplice.

Indubbiamente la multidisciplinarietà dell'approccio consente l'affluire di una serie variegata di dati e quindi di sollecitazioni che sta alla responsabilità del progettista condurre a coerenza.

Fatta questa premessa metodologica, affronterà il caso del Castello di Carpineti e di S. Andrea del Castello, che, insieme a Canossa, costituiscono il cuore dei possedimenti Matildici reggiani e l'elemento portante di quella realtà organizzativa territoriale.

La difficoltà maggiore è consistita per me proprio nell'interpretazione di tutti i dati di conoscenza di cui sono riuscita via via ad entrare in possesso.

La conoscenza storica (ma in ultima analisi non è lo stesso processo di conoscenza, conoscenza storica?) si è articolata fondamentalmente, come abbiamo visto, in due branche: quella concernente gli avvenimenti di cui il Castello è stato protagonista (e qui la documentazione scritta è assai ricca: pensiamo alle lettere di Gregorio VII datate da Carpineti) e quelle invece assai più problematica riferentesi più specificatamente a descrizioni del Castello riportate in testi più o meno antichi, descrizioni atte a portare luce sull'interpretazione delle strutture superstiti.

Questo tipo di lettura ha dovuto poi integrarsi con una serie di documentazioni di tipo archivistico, ossia di rappresentazioni antiche del Castello, che lo illustrano nel Quattrocento, nel Seicento, nei Settecento fino ad arrivare a due rilievi: uno da me eseguito all'inizio degli anni '60 con la sola esperienza che proveniva dalla formazione universitaria; e l'attuale il primo in senso assoluto realizzato con moderni metodi topografici - che ho fatto eseguire nell'ambito degli studi preliminari all'intervento stesso e successivamente aggiornare.

A questo tipo di documentazione ho aggiunto un rilievo orto fotogrammetrico delle murature e ho attivato una serie di saggi archeologico-stratigrafici.

Questi ultimi, eseguiti all'interno della Chiesa di S. Andrea e nel sito in cui si e ravvisato il Palacium interno al Castello, hanno consentito la datazione dei diversi livelli interni e altresì il ritrovamento di antiche pavimentazioni assai interessanti.

Il rilievo ortofotogrammetrico (in scala 1:50) ha consentito una assai più agevole datazione delle murature in elevazione.

A questo proposito si può fare una osservazione: la frequentazione continua del cantiere - insostituibile rispetto a qualsiasi studio a tavolino - diviene assai più fruttuosa non appena sia supportata da elementi propedeutici come quelli qui descritti. In particolare ho verificato che la fotografia ortogonale rende in certo qual modo più leggibili le discontinuità murarie facilitandone la datazione. Ciò aiuta significativamente riguardo a quanto si va ritrovando. Credo sia evidente, da quanto fin qui detto, proprio per il tipo di manufatto proposto all'attenzione, quanto sia complesso il procedere su una via che rimane tutto sommato sperimentale. Non vale la pena di richiamare l'attenzione su fatti meramente esecutivi quali il trattamento superficiale del paramento lapideo, che pur eseguito da specialisti in maniera soddisfacente, rimane, nell'incertezza della sua durata, fatto maggiormente codificato.

Altrettanto dicasi per i restauri lignei delle testate delle capriate, e per tutte le operazioni "attuative".

Come in ogni operazione di restauro e manutenzione vi è un ignoto equilibrio da raggiungere su un limite altrettanto ignoto, che vede entrare in campo i rapporti con l'ambiente, il vuoto storico, la memoria visiva consolidata, il rispetto in senso generale di un insieme di fattori noti e ignoti che costituiscono pero la facies ultima di quel certo insieme, facies che il restauro rischia, nonostante tutta la buona volontà, di far perdere o alterare irrimediabilmente.

Rivendico qui, insomma, al termine di una esposizione che pone al primo posto in senso assoluto sul piano del metodo la conoscenza, lo spazio insostituibile dell'opera intellettuale dell'architetto al quale infine va ricondotta la responsabilità delle scelte.

Abstract da: M.C.Costa “Restauri al Castello di Carpineti: conoscenza, indagini, rinvenimenti.” In “Il Castello di Carpineti” a cura della Provincia di Reggio Emilia - 1998.